This text is replaced by the Flash movie.
This text is replaced by the Flash movie.
user
Inserisci i tuoi dati di riconoscimento

Email  
Password
Recupera password
Registrazione
Scegli la valuta
news letter
Iscriviti alla Newsletter e riceverai tutti gli aggiornamenti

user
Seleziona la lingua

ita ita | eng eng
  “Imago Aetnae” – Domenico Sanfilippo Editore  
  La montagna del mito degli dei oscuri e delle figure celesti  
  Il raffinato e colto libro pubblicato a Catania raccoglie le più esclusive immagini dell’Etna. I testi preziosi e ricchi di citazioni sono di Franz Riccobono e Antonio Tempio, la prefazione è di Giuseppe Giarrizzo.

 

 
 

 
 

IMAGO ÆTNA

Iconografia storica dell'Etna 1544 - 1892
di Franz Riccobono  e  Antonio Tempio
 
Introduzione di: Giuseppe Giarrizzo
Editore: Domenico Sanfilippo
Coordinamento editoriale: Carla Ciancio Sanfilippo
Coordinatore tecnico: Paola Platania
Fotografie: Gaetano Gambino
Progetto grafico: Michele Leonardi
Impianti e stampa: Russo Grafica - Caltanissetta
Allestimento Legatoria: Tonti - Napoli

 

 

 

 

 

 

 

 

di Marcello Mento

Lo scrittore francese Renè Bazin nel suo “Viaggio in Sicilia” del 1891, nel descrivere la sua ascensione all’Etna, ricorda che anche l’imperatore Adriano e altri noti personaggi salirono sul vulcano più alto d’Europa. “Né questi né quelli – si rammarica però – hanno scritto in merito. Ed è un peccato”. Sessant’anni dopo, nel 1951, è Margherite Yourcenar, in quel capolavoro assoluto che è “Memorie di Adriano”, a dare voce al grande imperatore e a quanto provò lasciando vagare all’alba il suo sguardo dalla cima del vulcano: “Questa alfine spuntò: un’immensa sciarpa d’Iride si distese da un orizzonte all’altro; strani fuochi brillarono sui ghiacci della vetta; la vastità terrestre e marina si dischiuse al nostro sguardo sino all’Africa, visibile, e alla Grecia che s’indovinava. Fu uno dei momenti supremi della mia vita. Non vi mancò nulla, né la frangia dorata d’una nube, né le aquile, né il coppiere dell’immortalità”.
Nel corso del tempo il numero di scrittori, artisti ed intellettuali che hanno aperto qualche conto con l’Etna è andato via via aumentando, tanto da poter condividere con Franz Riccobono la considerazione che “pochi luoghi, nel variegato paesaggio dell’intero Mediterraneo, hanno saputo offrire una così intensa ispirazione artistica come l’Etna”. Considerazione che fa il paio con il richiamo irresistibile che l’Etna esercita da sempre sui semplici turisti o curiosi, che accorrono, in preda ad una strana frenesia, alle sue pendici appena il vulcano comincia a borbottare. La stessa frenesia descritta in maniera efficace da Giovanni Verga ne “L’agonia di un villaggio”, in occasione dell’eruzione del 1886 che colpì Nicolosi, dove il momento della tragedia si intreccia inestricabilmente con l’insopprimibile istinto dell’uomo a riprendere il normale corso della sua vita. E questo perché scrive Maria Corti, nel suo “Catasto magico”, “non c’è nessuna esatta differenza fra l’Etna e la vita, della quale forse il monte è formidabile simbolo, giacché sembra averne tutto il talento combinatorio nell’alternare nascita e morte, bene e male, spropositata fioritura primaverile di borraccina azzurra, lupino, astragalo, asfodelo e micidiale colata lavica, eroi bretoni e diavoli della controriforma”.
E l’elenco delle opere che hanno come soggetto l’Etna si arricchisce oggi, grazie a Domenico Sanfilippo Editore, di “Imago Aetnae”, un libro unico, prezioso, raffinato, che si inserisce nel filone dei testi dedicati al vulcano arricchendolo in maniera sensibile, in quanto mai era stata realizzata una raccolta di immagini così esaustiva, che offrisse la possibilità di ammirare in una sola opera come nel tempo l’Etna sia stata percepita e rappresentata. Il volume raccoglie stampe, disegni e dipinti spesso inediti, in gran parte provenienti da collezioni private che coprono quattro secoli – dal 1544 al 1892 -, offrendo un racconto per immagini di grande suggestione e dall’andamento vagamente incantatorio, grazie anche ai testi di Franz Riccobono, Antonio Tempio e all’introduzione di Giuseppe Giarrizzo, che scandiscono - in un continuo e proficuo rimando tra i due strumenti, visivo e verbale - la lettura delle immagini. Questo aiuta il lettore a capire, orientarsi, conoscere l’universo Etna e il territorio che si stende ai suoi piedi. L’aiuta a cogliere le mille anime di questo gigante che svetta su Catania, sulla Sicilia e sul Mediterraneo, per fissarsi nell’immaginario collettivo come il simbolo stesso dell’isola, perché come la Sicilia esso – sottolinea felicemente Mario Ciancio Sanfilippo nell’introduzione del volume - è doppio, triplo, uno e centomila. E come la Sicilia l’Etna procede e si afferma a colpi di opposti: deserto lavico e giardino di delizie, mito e realtà, morte e resurrezione, neve e fuoco, distruzione e fertile benevolenza.
La carrellata di immagini parte dalla rappresentazione di quelle figure mitiche che hanno popolato il vulcano da sempre e che servono a saldare il territorio circostante ad esso. Sotto gli occhi del lettore scorrono il lago di Naftia con l’annesso culto dei Palici, divinità nazionali siciliane, nonché figli dell’Etna; i Ciclopi, che lavoravano nelle viscere del vulcano con Efesto a forgiare armi; il gigante Encelado o Tifeo che si agita e si dibatte sotto il peso della montagna e vomita fuoco e fiamme; i fratelli Pii, Anfinomio ed Anapia, che di fronte al dilemma di salvare dall’eruzione la “roba” o i genitori, scelgono, proprio là dove Verga scriverà “Mastro Don Gesualdo”, monumento letterario dedicato alla “roba”, di salvare padre e madre portandoseli in spalla.
E’ poi la volta delle vedute panoramiche e delle visioni d’insieme, di come l’Etna verrà colta, nel Settecento, negli schizzi e nelle incisioni dell’abate Richard de Saint-Non e Jean Houel. Immagini che segnano il passaggio dalla fase in cui il vulcano è visto in chiave bucolica e mitologica, a quella in cui (siamo nel secolo dei lumi) prevarrà un atteggiamento più distaccato nella rappresentazione dei fenomeni naturali, anche se le viscere del vulcano ora sono abitate dai diavoli e a difesa dei suoi paesi sono sorti a difesa contro il Maligno santuari abitati da santi e madonne, che hanno scalzato gli dei pagani.
I contributi di Antonio Tempio e Franz Riccobono si armonizzano magistralmente con le immagini, perché di esse ne sono alcune volte l’integrazione, altre l’esplicitazione, altre ancora il semplice contrappunto. Il primo, nel suo corposo e affascinante saggio, si sofferma a constatare come nel corso dei secoli, pur davanti alle ripetute e distruttive eruzioni, la città del vulcano, Catania, e tutto il territorio pedemontano non furono mai realmente abbandonate dalle popolazioni. Perché ? Molti autori se lo sono chiesto, osserva Tempio, senza sapersi dare una risposta, ma sottolineando il profondo legame e il rispetto “verso l’indomito gigante di fuoco”. Anche la filosofa francese, Edith de la Heronniere, nel suo diario siciliano, “Dal Vulcano al caos”, se lo è chiesto di recente e si è data una risposta. “L’uomo – scrive – ha costruito come se la terribile minaccia fosse solo una finta. Clement Rosset ha ragione: l’uomo è dotato di un’attitudine inesauribile per negare il reale”. Nulla di più vero specie in una terra come la Sicilia, dove, scrive Gesualdo Bufalino, la ragione diventa presto sofisma, rovello, arzigogolo e quasi tragica farneticazione.
Riccobono, a sua volta, forte del suo bagaglio scientifico pone attenzione al progressivo sviluppo degli studi che permettono di comprendere i fenomeni vulcanici, grazie agli studi di scienziati quali Deodat Dolomieu, Lazzaro Spallanzani, Francesco Gioeni, che pongono le basi per la nascita della moderna vulcanologia. L’iconografia asseconda e si piega alle mutate esigenze dell’approccio all’Etna e diventa un utilissimo strumento di divulgazione.
Riccobono quindi passa a sottolineare come il rapporto dei viaggiatori con l’Etna abbia subito nel corso del tempo profondi cambiamenti. Il viaggio di Goethe è cosa diversa da quella del prof. Silvestri, l’ascensione di Maria Corti ha poco a che spartire con quella che fece Dolomieu, che non sopportava tutti quegli intellettuali che si affannavano a descrivere l’alba dai crateri sommitali. A cambiare è poi il modo stesso di affrontare la Montagna, di ascendere ad essa, a muoversi attraverso la sua fitta rete di trazzere e sentieri. E se è vero che la fotografia ha segnato “l’inizio del declino della rappresentazione grafica dell’Etna”, e quindi delle personali suggestive elaborazioni di pittori ed incisori, è anche vero che la maggiore conoscenza dei suoi meccanismi più segreti e i tentativi che spesso la tecnologia ha fatto per avere ragione o imbrigliare la sua bizzarria distruttiva non hanno minimamente intaccato il fascino e la magia della Montagna per antonomasia, che continua a richiamare escursionisti e semplici curiosi “convinti” che un giorno anche loro riusciranno ad imbattersi in Aci, o nei Ciclopi, in Empedocle (o Porfirio di Tiro secondo gli arabi) o in re Artù, reduce dalla battaglia di Camlann e trasportato ferito sull’Etna dalla sorella Morgana a bordo di un vascello dalle vele d’argento.