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La
Primavera è la stagione della vita, perché rappresenta la rinascita della
natura. Il freddo e il buio prolungato delle giornate invernali hanno sempre
suggerito all’uomo l’idea della morte. L’inclinazione del sole nel cielo e
la sospensione della vita vegetale, nonostante l’esperienza millenaria, dai
più diversi popoli sono state immaginate come fenomeni presaghi di morte.
L’ansia che ne derivava si traduceva in forme rituali, le quali avevano la
funzione di esorcizzare l’evento funesto e di favorire o addirittura
provocare la rinascita. Per questa ragione il periodo che precede o segue
l’equinozio di primavera è uno dei più ricchi di feste, cerimonie, credenze
e miti. Tutte le società, in particolare quelle agricole, celebravano la
primavera come una resurrezione, attraverso simbologie talmente radicate
nelle più profonde paure e nei più riposti angoli dell’inconscio collettivo,
che anche la società industriale, sia pure in forme più mediate, perpetua
queste antiche forme di evocazione della rinascita della primavera.
Si tratta di un periodo molto ampio dell’anno, che alcuni collocano nella
prima metà di febbraio, come i cinesi, per i quali l’inizio della primavera
coincide con il capodanno; e altri nel primo maggio, come in Svezia, dove
due schiere di giovani inscenavano una battaglia tra l’inverno, che gettava
palle di neve e ghiaccio per prolungare l’inverno, e l’estate, coperto di
fiori e foglie fresche. I mesi di marzo e aprile erano caratterizzati da
riti di espulsione della morte, come in Germania, Boemia, Polonia, Russia;
di matrimoni simulati, come quello tra Siva e Parvati in India; di cerimonie
magiche con lo scopo di risvegliare le dormienti energie della natura, come
tra gli aborigeni dell’Australia centrale; di falò vivificanti e ben
auguranti, come quelli di S. Giuseppe in Sicilia.
Alcuni
studiosi hanno interpretato i falò primaverili, molto diversi da quelli di
S. Giovanni (solstizio d’estate) e di Natale (solstizio d’inverno), come una
imitazione della natura, la quale dimostra che dopo un incendio la
vegetazione ricresce più rapidamente. Provocare il fenomeno della fioritura
attraverso la tecnica magica di evocarla con un’azione simile, anche se in
forma rituale e simbolica.
Gli antropologi hanno abbondantemente trattato la corrispondenza tra le date
del calendario e i significati simbolici, da Frazer, che con il suo Il ramo
d’oro ha condizionato tutti gli studi successivi, a Van Gennep del Manuel de
folklore français contemporain, fino a Clemente e Buttitta, per citare anche
gli italiani.
Il ciclo dell’anno, che segna con riti e cerimonie la corsa della terra
intorno al sole, si svolge in un tempo abbastanza breve per essere vissuto
più volte nella vita di un uomo e in un tempo abbastanza lungo per essere
regolarmente dimenticato. In estate ci appare impossibile anche soltanto
immaginare il nostro abbigliamento invernale, quando la lana ricopre più
volte il nostro corpo; in primavera dimentichiamo l’angoscia dell’autunno
che ci coglie spesso del tutto impreparati a sopportare pioggia, nebbia e
repentine oscurità pomeridiane. Già, per quanto ripetitiva, la successione
delle stagioni viene vissuta anche da noi, uomini disincantati della società
supertecnologica, con quella ingenua sorpresa che deve aver colto i nostri
antenati. C’è chi sostiene che proprio questa sorpresa, e l’insicurezza che
ne deriva, è alla base della produzione di sequenze cerimoniali che servono
a neutralizzare i rischi insiti nel passaggio da una stagione all’altra.
Nelle credenze e nei motti popolari si rivelano le paure e i rimedi da
insidie che vengono presentate come reali, ma che in verità sono create
dall’uomo come sublimazione del disconoscibile. Nella tradizione siciliana
si crede che ad aprile non bisogna né togliere, né aggiungere capi
d’abbigliamento, perché i cambiamenti di clima sarebbero ingannevoli; che il
ferragosto segna l’inizio reale dell’inverno, probabilmente per la frequente
possibilità di tempestosi rovesci d’acqua; che nei mesi con la “erre” il
sole fa male (e, guarda caso, tre dei mesi con la “erre” sono quelli di cui
trattiamo). Antiche saggezze, si potrebbe dire; ma anche antiche
insicurezze, diffidenze subliminali.
Nel contesto delle simbologie primaverili, naturalmente, si colloca la
Pasqua, non a caso collocata nella domenica successiva al primo plenilunio
che segue l’equinozio di primavera. I segni della pasqua sono gli stessi di
una strategia simbolica di antichissima origine e di persistente
significato: lo spargimento del sangue, già presente nella pesah ebraica che
celebrava la liberazione in Egitto (l’agnello sacrificato) e nel mito di
Attis e Cibele (l’evirazione); i rami d’ulivo e di palma, che ricordano le
numerose feste degli alberi presenti in tutta l’Europa; ma soprattutto la
resurrezione dopo tre giorni. Nella prima lettera ai Corinzi il Cristo viene
chiamato primizia, come un frutto della natura, e la sua scelta di morire
per pasqua era associata alla replica del sacrificio dell’agnello che aveva
salvato, col suo sangue, i figli primogeniti del popolo ebraico in Egitto.
Sangue come principium vitae, liquido fecondo, trasfusione di forza,
rigenerazione calda e movimentata.
La straordinaria forza assunta dalla Pasqua cristiana, comunque, non risiede
nel sacrificio, ma nella resurrezione. Infatti, l’innovazione introdotta dal
cristianesimo è stata la traduzione in termini religiosi e ontologici di più
antiche elaborazioni cosmologiche: l’idea che la morte non fosse la fine
della vita, ma il suo inizio, anzi il suo principio. Non solo la vita segue
nel tempo la morte (questa è un’idea pressoché universale nella storia
umana), ma la vita è generata dalla morte e con essa è intrecciata. Il seme
deve morire ed essere seppellito, recita il Vangelo, per poter dare frutto,
altrimenti non genera e resta solo, cioè viene meno alla sua funzione
vitale.
Anche altre cosmologie e religioni del mondo hanno immaginato o testimoniato
la resurrezione di morti, come, per esempio, Attis, Dioniso, Osiride, ma nel
caso cristiano la componente materiale, corporale assume una importanza che
travalica quelle più antiche elaborazioni, essendo stata, quella del Cristo,
la morte e la resurrezione dell’uomo Gesù. E’, la sua, la prova e la
promessa che il corpo di ciascun uomo tornerà a vivere, come era accaduto in
un giorno di sabato a Lazzaro. Come si vede, questa concezione della
relazione tra vita e morte è diversa da quella che semplicemente crede
nell’immortalità dell’anima e che ha caratterizzato tutte le religioni,
anche le più antiche, come ha sostenuto Tylor.
Anche la primavera va intesa come principio, e non solo come inizio della
vita vegetale. In una trasposizione esistenziale del concetto, potremmo dire
che senza la crisi della vita e la sua minaccia (possibilità, probabilità,
certezza?) di morte, la vita stessa sarebbe impossibile, o almeno sarebbe
impossibile da concepire. Infatti, solo la morte è ciò che ci consente di
avere la coscienza di esserci nel mondo, come una poderosa tradizione
filosofica ha sostenuto. La coscienza di essere venuti al mondo è la base
della percezione di se stessi, la base dell’identità individuale e culturale
dell’uomo. Che, poi, è ciò che lo differenzia dall’animale.
Mario Bolognari
Insegna Antropologia Culturale presso la Facoltà di Lettere e Filosofia
dell’Università di Messina. Ha svolto ricerche in Italia e all’estero sui
temi delle minoranze e del mutamento culturale, i cui risultati sono
pubblicati in oltre cinquanta articoli, saggi e volumi monografici. Tra le
più importanti pubblicazioni: Il silenzio della tradizione, 1978; L’esilio
della parola, 1986; La Diaspora della Diaspora. Viaggio alla ricerca degli
Arbereshe, 1989; Rapsodia calabrese tra emigrazione e rientro, 1992; Il
banchetto degli invisibili. La festa dei morti nei rituali di una comunità
del Sud, 2001. Presso l’editore Abramo ha in corso di pubblicazione un
volume antologico di ricerche sul tema del viaggio e dell’antropologia della
contemporaneità dal titolo L’ottantesima pietra. |